Le due crisi

Storia: La crisi del ‘29

 

La crisi del ’29 fu una drammatica crisi economica che sconvolse l'economia mondiale alla fine degli anni venti, con gravi ripercussioni durante i primi anni del decennio successivo. L'inizio della grande depressione è associato con la crisi del New York Stock Exchange (la borsa di Wall Street) avvenuta il 24 ottobre del 1929 (giovedì nero), a cui fece seguito il definitivo crollo della borsa valori del 29 ottobre (martedì nero), dopo anni di boom azionario.

La depressione ebbe effetti devastanti sia nei paesi industrializzati, sia in quelli esportatori di materie prime. Il commercio internazionale diminuì considerevolmente, così come i redditi dei lavoratori, il reddito fiscale, i prezzi e i profitti. Le maggiori città di tutto il mondo furono duramente colpite, in special modo quelle che basavano la loro economia sull'industria pesante. Il settore edilizio subì un brusco arresto in molti paesi. Le aree agricole e rurali soffrirono considerevolmente in conseguenza di un crollo dei prezzi fra il 40 e il 60%. Le zone minerarie e forestali furono tra le più colpite, a causa della forte diminuzione della domanda e delle ridotte alternative d'impiego.

 

Il sistema economico globale

Tuttavia la causa principale che portò il crollo finanziario a diventare una depressione economica di enormi dimensioni fu la chiusura delle economie nazionali e coloniali. Alcuni stati producevano beni in surplus che però altri stati non acquistavano, poiché venivano resi troppo costosi dai dazi all'importazione imposti per favorire i produttori interni. Quindi quando in un paese produttore un dato bene raggiunge livelli di saturazione, il prezzo scende tanto che non è più conveniente produrre quel bene, a meno di trovare nuovi mercati che possano assorbire parte delle merci. In assenza di nuovi mercati la produzione, pur mantenendo un potenziale valore, si ferma. L’unico modo di vendere le merci diventa quindi quello di aprirsi a mercati esteri.

Nel periodo tra il 1873 e il 1895 infatti, si ebbe una crisi simile a quella del ’29, ma il problema era stato risolto dalle potenze mondiali attraverso il colonialismo, grazie al quale si erano aperti nuovi mercati nei quali si poteva dirigere il commercio, sebbene ogni colonia commerciasse quasi esclusivamente con la propria nazione, essendo preclusi gli altri commerci tramite dazi  ingenti che andavano a creare sistemi commerciali isolati. Quella che fu la soluzione commerciale fino al 1895 portò alla crisi del 1929, e questo perché a un certo punto anche i mercati coloniali arrivarono al punto di saturazione e l'isolamento dei sistemi commerciali, imposto dai dazi, rese impossibile la diversificazione delle produzioni.

Quindi a causa di questo blocco del commercio le industrie non trovavano sbocchi commerciali per le proprie merci o i prezzi erano tanto bassi da dover abbandonare la produzione, e al contempo i prezzi delle merci da comprare diventavano troppo alti. Con il crescere delle tensioni economiche, i dazi doganali furono l'arma con cui fu combattuta una guerra commerciale tra nazioni, guerra che da commerciale era divenuta militare negli anni 1914-18 in risposta alla crisi del 1873-95 e il cui risultato aveva ridato "ossigeno" all'economia globale per qualche anno in più, fino al 1929 appunto. Senza la Prima guerra mondiale la crisi del 1929 sarebbe arrivata molto prima. Se qualche anno prima lo scoppio delle ostilità aveva scongiurato l'imminente crisi,che rappresenta un grosso stimolo all'economia per la massiccia mobilitazione di risorse da parte dei governi, nel 1929 le condizioni internazionali non erano tali da scatenare una guerra. Ma una volta iniziata la Grande depressione, la soluzione venne spasmodicamente ricercata, fino a raggiungerla, nella seconda guerra mondiale, che aprì i mercati coloniali a tutte le nazioni in vista della futura e auspicata indipendenza delle colonie.

 

Il boom degli anni venti (anni ruggenti)

Nel primo dopoguerra l'economia degli Stati Uniti ebbe un forte incremento, dovuto anche alla grande richiesta di da parte dell’Europa per la ricostruzione dopo il primo conflitto mondiale. Sembrava essersi innescato un circolo virtuoso: l'alta produttività permetteva di mantenere inalterati i salari e i prezzi dei prodotti sul mercato. Tuttavia agli investimenti e al continuo aumento della produttività, non corrispose una proporzionata crescita del potere d'acquisto. Nei primi anni dopo il primo conflitto mondiale, lo sviluppo era stato infatti sostenuto dai risparmi accumulati negli anni della guerra e dai bassi tassi d'interesse. La forte differenza tra l'aumento dei profitti e della produzione di coloro che potevano investire con quello dei salari creò un evidente squilibrio nella distribuzione dei redditi, che i sindacati americani non riuscirono ad equilibrare.

A questi squilibri, si aggiunse un fattore psicologico trainante: la convinzione che fosse possibile un arricchimento facile, ovviamente non legato al lavoro o alla produzione, ma che provenisse da audaci attività speculative. L'esistenza di queste alte quotazioni, attirava anche parte della popolazione a basso reddito, disposta a pagare alle banche interessi altissimi pur di tentare facili guadagni. Per queste ragioni, il sistema  accentuava le tendenze del mercato, sia che tendessero all'acquisto sia che precipitassero verso la vendita. Ma al crescere dei titoli di borsa non corrispondeva un aumento della produzione, anzi la produzione risultava in calo e quando nell'ottobre del 1929 i più avveduti si resero conto di ciò, cominciarono a vendere tutto portando al crollo della borsa di Wall Street.

 

Le cause della crisi

Il crollo della borsa non rappresentò la causa scatenante della crisi economica bensì ne fu il primo segnale. Le sue cause sono da ricercare nelle relazioni economiche e finanziare internazionali nel primo dopoguerra. L'economista John Kenneth Galbraith ha individuato almeno cinque fattori di debolezza nell'economia americana responsabili della crisi:

  • cattiva distribuzione del reddito;
  • cattiva struttura, o cattiva gestione delle aziende industriali e finanziarie;
  • cattiva struttura del sistema bancario;
  • eccesso di prestiti a carattere speculativo;
  • errata scienza economica (perseguimento ossessivo del pareggio di bilancio e quindi assenza di intervento   statale considerato un fattore penalizzante per l'economia).

Ad aggravare la crisi fu anche una seconda contraddizione interna all'economia statunitense, rappresentata dal sistema finanziario. Non furono posti limiti alle attività speculative delle banche e della borsa valori, dovute alla volontà da parte degli acquirenti di detenere titoli, non tanto per ottenere dividendi e dunque profitti, quanto per aumentare il proprio capitale. Si comperava per rivendere, senza preoccuparsi della qualità dei titoli: all'aumento della domanda dei titoli si accompagnò quella delle quotazioni. A tutto questo va aggiunta la responsabilità dei rappresentanti delle holding che detenevano portafogli d'azioni e che quindi avevano interesse che i corsi dei titoli si alzassero. Per spingere i risparmiatori all'acquisto dei titoli, questi effettuavano dichiarazioni troppo ottimistiche. L'aumento del valore delle azioni industriali, però, non corrispose a un effettivo aumento della produzione e della vendita di beni tanto che, dopo essere cresciuto artificiosamente per via della speculazione economica diffusasi a tutti i livelli in quegli anni, scese rapidamente e costrinse i possessori a una massiccia vendita, che provocò il crollo della borsa.

La caduta della borsa colpì soprattutto quel ceto di media borghesia che nel corso degli anni Venti aveva sostenuto la domanda di beni di consumo durevole e aveva investito i propri risparmi in borsa. La loro uscita dal mercato indeboliva, quindi, proprio le industrie produttrici di beni di consumo durevole. Queste industrie cessarono di commissionare materiali a quelle operanti negli stessi settori, le quali dovettero ridurre il personale e ridurre i salari, provocando una contrazione anche nei settori dei beni di consumo.

Ma la crisi, oltre che borsistica, industriale, agricola e commerciale, fu anche una crisi bancaria. Infatti sia l'industria che l'agricoltura erano fortemente indebitate con le banche. Durante gli "anni ruggenti", le banche avevano ecceduto nei prestiti, nella previsione di una restituzione regolare e nella fiducia nei risparmiatori che avrebbero dovuto accrescere i loro depositi. Ma con la crisi, un enorme numero di imprese non fu in grado di pagare i debiti alle scadenze e intanto, le banche, erano premute da coloro che avevano depositato soldi, e che ora chiedevano la restituzione delle somme depositate. Infatti, nel momento in cui la borsa crollò, si diffuse un'ondata di panico devastante tra i piccoli risparmiatori i quali si precipitarono nelle banche nel tentativo di salvare il proprio denaro. Di conseguenza, trovatesi di fronte alla pressione dei depositanti e all'impossibilità di far rientrare i prestiti, molte banche furono costrette a chiudere. Il fallimento delle banche trascino ancor di più nella crisi le industrie nelle quali avevano investito  che furono costrette a chiudere i battenti o a ridimensionarsi. I licenziamenti, operati dalle aziende in crisi, portarono a una elevata diminuzione delle domande di lavoro, bloccando quasi completamente l'economia americana.

 

La crisi fuori dagli USA

La crisi si propagò rapidamente a tutti i paesi che avevano stretti rapporti finanziari con gli Stati Uniti, a partire da quelli europei che si erano affidati all'aiuto economico degli americani dopo la Prima guerra mondiale, ovvero Gran Bretagna, Austria e Germania, dove il ritiro dei prestiti americani fece saltare il complesso e delicato sistema delle riparazioni di guerra, trascinando nella crisi anche Francia e Italia. In tutti questi paesi si assistette a un drastico calo della produzione seguito da diminuzione dei prezzi, crolli in borsa, fallimenti e chiusura di industrie e banche, aumento di disoccupati. Va notato che la crisi non colpì l'economia dell'URSS, la quale in quegli anni aveva inaugurato il suo primo piano quinquennale con l'obiettivo di creare una base industriale moderna. Restarono inoltre immuni dalla crisi anche il Giappone - che affrontò la crisi con misure inflazionistiche - e i Paesi scandinavi che, in quanto esportatori di particolari materie prime, non risentirono della riduzione della domanda dei loro prodotti.

 

1933: il New Deal

Il crollo della borsa e la crisi economica squalificarono, di fronte all'opinione pubblica americana, gli ambienti capitalistici che durante gli "anni ruggenti" erano stati esaltati per il loro spirito d'iniziativa. Questa sfiducia si abbatté anche sul Partito Repubblicano che era il maggior rappresentante del mondo capitalista; quindi, alle elezioni del 1932 il Partito Repubblicano venne sconfitto da quello Democratico, rappresentato da Franklin Delano Roosevelt, che fu sostenuto soprattutto dai lavoratori.

Il patto che Roosevelt presentò agli americani, il New Deal, non si inspirava ad una precisa dottrina economico-politica, ma all'interno di questo programma ci furono degli importanti punti fermi:

 

1.   La decisione di affrontare la crisi tramite l'intervento dello Stato;

2. L'impegno a dirigere le attività economiche e a mediare i contrasti di classe per dimostrare la compatibilità tra sistema capitalistico e regime democratico.

 

Tramite il Brain Trust, cioè un gruppo di collaboratori competenti, durante il primo periodo della sua presidenza mise in atto una serie di provvedimenti, inspirati alle idee di Keynes:

1. Per ridurre la disoccupazione, il governo promosse una vasta serie di lavori pubblici e fondò un Corpo Civile per la Conservazione della Natura che impiegò circa 3 milioni di giovani in opere di rimboscamento. Fondò, inoltre, la famosa Tennessee Valley Authority, che in circa venti anni portò a termine i lavori di sistemazione della valle del Tennessee, costruendo dighe e centrali per fornire energia elettrica a costi più bassi di quelli praticati dalle industrie private;

2. Concesse dei sussidi agli agricoltori perché diminuissero la produzione o perché distruggessero una parte del raccolto, per evitare una caduta dei prezzi;

3. Affidò all'Ente Nazionale per la Ripresa Industriale il compito di stimolare il rilancio industriale e di formulare un "codice dei concorrenza leale" per mantenere i prezzi ad un livello adeguato. Dall'altra parte le aziende dovevano dare ai lavoratori un minimo salariale e non dovevano aumentare il numero pattuito d'ore lavorative per settimana;

4. Per trovare i fondi necessari a questa nuova politica, fondata sull'espansione della spesa statale, si ricorse all'aumento del debito pubblico: si accettò il deficit statale non pretendendo più il pareggio ad ogni costo; si stampò più carta moneta in rapporto alla quantità di riserve auree, creando un'inflazione controllata che svalutò il dollaro ma permise una più facile esportazione.

Tamponati gli aspetti più pericolosi della crisi, dal 1935 venne creato un programma di riforme per consolidare questo sistema. La legge sulla sicurezza sociale fissò consistenti indennità per la disoccupazione, l'invalidità e la vecchiaia. Una riforma fiscale rese fortemente progressive le imposte sui redditi e rese più difficoltosa l'evasione fiscale. La legge sui rapporti di lavoro riconobbe giuridicamente i sindacati.

Ma se inizialmente il New Deal era stato accettato da tutti come l'unica soluzione alla crisi, le riforme successive incontrarono una forte opposizione nell'ambiente capitalistico che, per salvaguardare i propri interessi, accusava il presidente di autoritarismo e di concessioni al collettivismo. Nonostante ciò Roosevelt venne rieletto nel 1936, ma nel 1937, mentre il governo restringeva la spesa pubblica per non aumentare troppo il deficit dello Stato, l'ostilità dei capitalisti si manifestò in un cosiddetto "sciopero bianco del capitale" che consistette in un decremento degli investimenti: ne seguì una ripresa della disoccupazione per far fronte al quale il governo, ricorse nuovamente all'espansione della spesa pubblica.

Nel 1938, la politica del New Deal, può considerarsi conclusa. Infatti, le minacce del nazismo e dell'imperialismo nipponico, indussero il governo a moltiplicare le spese per gli armamenti, che da sole riuscirono a far superare la crisi, tanto che la disoccupazione sparì velocemente.

Roosevelt venne rieletto nel 1940 e nel 1944 e tenne la presidenza fin quasi al termine della Seconda Guerra Mondiale: morì, infatti, il 12 aprile del 1945, alla vigilia della vittoria sul nazismo.

 

Bilancio del New Deal

Com'è facile immaginare, la politica di Roosevelt cambiò alcuni dei fondamentali della civiltà americana.

Il fattore più evidente, è la scomparsa delle tesi del liberismo, introducendo la pratica dello "Stato assistenziale" (Welfare State), non solo in America, ma in molti paesi capitalisti.

La ripresa economica che era tra gli obiettivi del presidente, fu attuata in buona parte, ma non fu raggiunto il pieno impiego della manodopera, cosa che avverrà solo con il riarmo, che non apparteneva, però, alla logica di Roosevelt.

Fu conseguita in misura notevole la ridistribuzione dei redditi e venne allargata e tutelata la libertà dei sindacati.

 

L’uscita dalla crisi non fu quindi segnata dalle politiche economiche attuate dai vari stati per arginarla, bensì terminò solo grazie al notevole sforzo economico e industriale dovuto alla seconda guerra mondiale. Per capire quindi l’andamento dell’economia dalla crisi a oggi, dobbiamo partire dal dopoguerra. Dopo la guerra dobbiamo quindi distinguere principalmente due momenti economici : una prima fase di depressione scatenata dalla distruzione causata dalla guerra, in cui le risorse produttive non potevano essere utilizzate in quanto tutte le industrie erano state modificate per adattarle allo sforzo bellico e alla produzione di armi e dove istituzioni private, banche, compagnie d'assicurazione e società di spedizione erano scomparse per mancanza di capitali, nazionalizzazione o semplice distruzione e una seconda fase di ripresa permessa dai notevoli capitali spesi per la ricostruzione forniti dal piano Marshall che fecero ripartire il sistema economico e portarono al boom economico degli anni 50-60, che risollevarono l’economia e la portarono ad un livello superiore a quello registrato prima della crisi del ’29. Si verificò infatti un cambiamento radicale nello stile di vita delle persone, con l’avvento della tecnologia e dello sviluppo urbanistico delle città; cominciarono a far parte della vita delle persone strumenti come la televisione, che permise lo sviluppo dei mass media e della pubblicità, ma soprattutto quello che più ha cambiato la vita delle persone è stato l’avvento di Internet e della Globalizzazione. La Globalizzazione è l'estensione a livello planetario di un modello unico di economia, di un modello unico di pensiero, di un modello unico di cultura. Ed e proprio da qui che dobbiamo partire se vogliamo comprendere come sia nata e si sia diffusa la seconda grande crisi del capitalismo moderno, anche per poterla distinguere da quella del’29, in cui i fattori geopolitici erano completamente diversi e in cui la crisi fu fondamentalmente legata solo al mondo occidentale. Ma andiamo ad esaminare questa crisi moderna più da vicino.

 

 

 

LA CRISI ECONOMICA 2008/2009

 

<<Quando gli Stati Uniti starnutiscono, il resto del mondo prende il raffreddore>>

 

Questa frase dell’economista Nouriel Roubini, che per primo aveva ipotizzato l’avvento di questa crisi,  rispecchia perfettamente quello che si  è verificato in questi due anni: al primo segnale di instabilità del mercato finanziario statunitense, il mondo occidentale si è trovato a dover affrontare una crisi nata fondamentalmente negli USA, analogamente a quanto successo nel 1929 con il crollo di Wall Street.

 

La crisi del ’29 e la crisi del 2008: analogie e differenze

In molti affermano che quella che sta vivendo la nostra generazione sia riconducibile alla crisi del 29-33, ed effettivamente si tratta in entrambi i casi di una crisi strutturale, causata da un’inadempienza improvvisa e dalla mancanza di liquidità; ma è anche vero che se una volta erano le imprese in fallimento i soggetti inadempienti, oggi lo sono le famiglie che non hanno risorse economiche sufficienti a pagare gli interessi sui mutui immobiliari. Inoltre l’instabilità delle potenze vincitrici e sconfitte della Grande Guerra le aveva rese vulnerabili alla crisi e messe in ginocchio al primo crollo del mercato borsistico; allo scoppiare dell’attuale crisi, invece, gli Stati europei erano economicamente più stabili e pronti ad affrontare il problema. Come vedremo più avanti, infatti, la crisi che ci ha raggiunti non ha provocato i danni che invece stanno subendo gli Stati Uniti. Infine, l’introduzione dello Stato nell’economia suggerita da Keynes, ha saputo aiutare gli Stati Uniti ad uscire dalla Grande Depressione come sta aiutando oggi le banche a ricapitalizzarsi attraverso ingenti iniezioni di liquidità.

 

Le cause

Le cause di questa crisi finanziaria divenuta poi economica sono molteplici: l’incremento dei prezzi delle materie prime, iniziato nei primi mesi del 2008 e che ha visto salire il petrolio al prezzo record di 147$ al barile il giorno 11 luglio 2008, la crisi alimentare mondiale e l’aumento del prezzo del grano, un’elevata inflazione globale, la minaccia di una recessione già nata nel 1991 in America e l’esplosione della bolla dei valori Internet del 2001. Inoltre, a partire dal secondo dopo-guerra, le economie capitalistiche iniziarono ad esaltare i vantaggi del credito facile per consentire alle famiglie di procurarsi ogni tipo di comodità, dalla casa all’automobile, dagli elettrodomestici ai viaggi; questa nuova economia indirizzò le famiglie al consumo e non più al risparmio, e al rinvio al futuro della spesa attraverso strumenti quali bancomat ed il pagamento a rate. Saranno queste ultime ad originare la crisi economica che stiamo vivendo. Ecco cos’è successo.

 

Da una crisi immobiliare ad una crisi finanziaria

Tutto è iniziato in Gran Bretagna, a Londra, dove venne ideata la cartolarizzazione dei mutui subprime, che poi fu adottata per la prima volta dagli Stati Uniti. Definiamo alcuni termini tecnici.

La cartolarizzazione è la cessione di attività o beni di una società attraverso l'emissione ed il collocamento di titoli obbligazionari.

I mutui subprime sono prestiti concessi dalle banche a soggetti che non si possono permettere gli alti tassi di interesse del mercato poiché posseggono un reddito basso e/o instabile. Il primo errore fu proprio questo: concedere a soggetti senza alcuna garanzia ingenti capitali per finanziare l’acquisto di una casa, senza tener conto del rischio.

Tutta questa sicurezza era giustificata dall’andamento positivo del mercato immobiliare. Infatti, a partire dal 2000 fino a metà del 2006, il prezzo delle abitazioni era notevolmente cresciuto, stimolando le banche a concedere più mutui a tassi di interesse bassi rassicurate dal fatto che se il cliente fosse stato insolvente, la banca avrebbe potuto pignorare la casa e rivenderla ad un prezzo sicuramente più alto, dato il costante aumento dei prezzi.

Il secondo errore venne fatto nel 2004, quando le banche decisero l’aumento dei tassi di interesse sui mutui subprime e i clienti si ritrovarono a pagare interessi troppo onerosi per il loro reddito, tanto che la maggior parte di loro risultarono insolventi. Le banche, per recuperare il denaro perduto, iniziarono a vendere le case dei clienti insolventi, compiendo però un terzo errore: si venne a creare una bolla immobiliare che nell’autunno del 2006 sfociò inevitabilmente nel crollo dei prezzi delle abitazioni. Dunque, anche se le banche pignoravano le abitazioni dei clienti, non riuscivano a rifarsi del capitale perduto, poiché il prezzo delle case era notevolmente diminuito dal momento dell’acquisto dell’abitazione stessa.

Ma non è finita qua. Il motivo per il quale la crisi si è estesa anche nel resto del mondo è da attribuirsi al sopraccitato fenomeno della cartolarizzazione. Attraverso questo meccanismo, prima della bolla immobiliare, le banche riuscivano a rivendere i mutui subprime trasferendone il rischio nel mercato finanziario e riuscendo a trarre profitti senza dover aspettare gli anni necessari a permettere al mutuatario di ripagare totalmente il prestito. Questo era reso possibile dalle cosiddette Società Veicolo, che compravano i mutui alle banche permettendo loro di recuperare liquidità e ricominciare a concedere mutui.

Le Società Veicolo, a loro volta, emettevano obbligazioni ritenute dalle agenzie di rating molto sicuro (ulteriore errore) e si rivolgevano ai mercati finanziari chiedendo in prestito dei soldi con la garanzia di ripagare gli interessi con le rate dei mutui che avrebbe incassato in futuro. Dunque, quando la banca riceveva la rata dal mutuatario con un tasso di interesse dell’8%, rigirava il denaro alla Società Veicolo; quest’ultima ripagava i mercati finanziari pagando un interesse del 4%, e traendo profitto dalla differenza tra 8-4%. Le obbligazioni emesse dalle Società Veicolo intanto, favorite dal fenomeno della globalizzazione, raggiungevano tutti gli angoli del mondo. Uno dei difetti della globalizzazione, però, è che i problemi di un solo Stato riescono a diffondersi nel resto del mondo come un virus. E così è stato.

Quando le banche iniziarono ad avere troppi clienti insolventi e non riuscirono più a ripagare le perdite con la vendita degli immobili, le Società Veicolo non ricevettero più le rate che gli spettavano, le obbligazioni persero valore e tutti coloro che avevano acquistato quelle obbligazioni che in realtà erano ad altissimo rischio, persero i loro capitali. E’ così che si è passati da una crisi immobiliare ad una crisi finanziaria.

 

Da una crisi finanziaria ad una crisi economica

Con le perdite sui titoli “tossici” legati ai mutui subprime, nel mercato finanziario si è andato a creare un clima di sfiducia tra le banche, che hanno smesso di prestarsi soldi a vicenda, andando incontro ad una crisi di liquidità: non avendo più a disposizione denaro per pagare i propri creditori e non potendo più contare sull’appoggio delle altre banche per procurarsene dell’altro, da una crisi di liquidità si è passati ad una crisi di insolvenza. Per tener testa a questo nuovo problema, le banche hanno iniziato a vendere titoli per ottenere liquidità e a ridurre i prestiti alle famiglie alle imprese. Ma questi drastici provvedimenti hanno dato il via ad un circolo vizioso: la precipitosa liquidazione di titoli ha determinato il crollo delle borse, e famiglie e imprese si sono ritrovate da un giorno all’altro senza denaro e finanziamenti.

 

Gli effetti della crisi economica

La crisi economica ha avuto ripercussioni negative su tutti i fronti, decretando fallimenti di piccole-medie ma anche grandi imprese, alti tassi di disoccupazione e mettendo in difficoltà tutto il sistema bancario mondiale. I più noti imperi finanziari che sono stati messi in ginocchio dalle perdite legate ai mutui subprime e la successiva crisi di liquidità sono Lehman Brothers ormai fallita, Merrill Lynch inglobata da Bank of America e Fannie & Freddie da settembre del 2008 sotto il controllo amministrativo dello Stato americano.

In Inghilterra le imprese britanniche hanno preso in considerazione la possibilità di ridurre la settimana lavorativa a tre giorni pur di non alimentare il già alto tasso di disoccupazione che nell’ultimo trimestre ha costretto a casa più di due milioni di lavoratori. Solo a febbraio negli Stati uniti il tasso di disoccupazione è salito a 8,1% e a 6,8% nella nostra penisola dopo il fallimento di 60mila piccole e medie imprese perlopiù familiari.

Come conseguenza della disoccupazione, più di 81mila famiglie in Italia non hanno rispettato le scadenze delle rate del mutuo, e il 72% degli italiani hanno cambiato le abitudini di spesa, orientandosi verso i prodotti a basso costo e perdendo la fiducia nel sistema bancario: chiaramente tutti questi fattori hanno portato ad una recessione economica che, senza propensione al consumo e fiducia negli istituti bancari, difficilmente riuscirà a riprendersi.

 

I rimedi contro la crisi

Negli ultimi mesi è sentito molto parlare di iniezioni di liquidità, ricapitalizzazione e salvataggio delle banche. Ebbene, i governi dei Paesi più profondamente colpiti, dopo aver provato ad arginare la crisi riducendo i tassi di interesse, facilitando l’accesso al credito e riducendo le imposte per favorire la domanda, nel settembre del 2008 sono intervenuti mettendo a disposizione agli istituti bancari ed assicurativi più in difficoltà ingenti somme di denaro: solo negli Stati Uniti vennero stanziati fondi per 770 miliardi di dollari (anche se in realtà si stimavano 1.500 miliardi di dollari di passivo), nel Regno Unito oltre 625 e tra Francia e Germania quasi 900.

Queste liquidità hanno in parte garantito nuovi prestiti tra banche e hanno permesso ai mercati monetari di riavviarsi; l’altra parte è stata utilizzata per ricapitalizzare le banche, ossia lo Stato ha acquistato delle azioni emesse dalle banche, diventando a tutti gli effetti azionista della banca stessa: ciò significa che lo Stato è diventato proprietario di parte delle banche che ha salvato. Ma i Governi, in cambio dell’aiuto, possono ora imporre delle condizioni, dunque possono pretendere che i dividendi vengano attribuiti prima allo Stato che agli altri azionisti, o possono rivendicare il diritto di sedere nei consigli di amministrazione delle banche, influenzandone le decisioni. Questo fenomeno di ricapitalizzazione per ora non ha raggiunto anche l’Italia, nonostante il Governo abbia messo a disposizione 40 miliardi di euro nel caso una banca dovesse trovarsi in difficoltà. Questi provvedimenti hanno sostanzialmente portato alla privatizzazione dei benefici, alla socializzazione delle perdite e alla nazionalizzazione dei settori più minacciati.

 

Ripercussioni della crisi a breve termine

Naturalmente non ci potremo aspettare una forte ripresa se i mercati finanziari e le banche non si stabilizzeranno, e questo sarà possibile solo grazie ad un maggior coordinamento politico tra i Governi. Intanto, i prezzi al consumo continueranno nella discesa a causa della diminuzione dei prezzi del petrolio e della minore domanda da parte dei consumatori; nemmeno i prezzi delle case sembrano intenzionati a risalire, ma a continuare a scendere almeno per il prossimo biennio.

In Europa la crisi ha provocato una decelerazione dell’attività economica, che si manifesta nella contrazione degli scambi internazionali e nelle correzioni del mercato immobiliare. Le pressioni inflazionistiche si stanno allentando rapidamente poiché la forte impennata dei prezzi dei prodotti di base, che ha spinto l’inflazione al picco dell’estate 2008, ha subito una brusca inversione, trascinata da una crescita che si prospetta sempre più debole per l’economia dell’Unione Europea e quella mondiale. Comunque siano le previsioni, i numeri sull’occupazione mettono in mostra un quadro decisamente preoccupante.

 

Ripercussioni della crisi a lungo termine

E’ difficile immaginare quali saranno le ripercussioni che avrà questa crisi economica sul medio e lungo termine. I più pessimisti affermano che gli effetti della crisi saranno completamente svaniti entro il 2016, ma è anche vero che in una situazione instabile come quella attuale è un po’ azzardato affermare che i Governi riescano a risolvere così tanti problemi in così poco tempo.

Analizzando i fatti avvenuti negli ultimi mesi, non passa inosservato il fatto che sono state molte le aziende, le banche e le compagnie assicurative acquisite da altre; se questo fenomeno dovesse ripetersi nel tempo ci ritroveremmo davanti al fallimento di piccole e medio imprese, e alla scomparsa di ulteriori grandi aziende, e quindi all’affermazione di poche ma influenti potenze. Inoltre, l’intervento dello Stato nei consigli di amministrazione delle banche potrebbe avere un’influenza preponderante sul processo decisionale, portando il mondo ad una crescente nazionalizzazione.

 

Abbiamo quindi parlato in generale  delle due crisi e dei loro punti in  comune. Per poter esaminare il ruolo delle banche nelle due crisi però, dobbiamo prima capire come agisce e come è strutturata una banca.